31/10/2009

Indycar - Il 2009 di Mario Moraes

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Quella 2009 è stata una stagione segnata dai miglioramenti per Mario Moraes, seppur tra alti e bassi. Questi alti e bassi hanno avuto come conseguenza una posizione finale in classifica, quattordicesima, che non rende giustizia ai miglioramenti evidenziati durante la stagione da Moraes. "E' stata una stagione molto complicata per molte ragioni", ha detto Moraes. "Abbiamo avuto una macchina veloce per tutta la stagione soprattutto in qualifica. Ma in gara sono successe molte cose e abbiamo avuto una certa dose di sfortuna, ma quando le cose sono cambiate abbiamo cominciato ad ottenere dei risultati. Abbiamo disputato alcune buone gare alla fine della stagione e siamo riusciti ad ottenere il nostro primo podio. Il modo in cui abbiamo concluso la stagione mi rende molto felice." I momenti migliori della sua stagione sono arrivati ad Indianapolis, dove il pilota brasiliano ha mostrato una costante competitività per tutto il mese di Maggio, qualificandosi al settimo posto, anche se la sua gara è durata una curva per poi finire a muro per un contatto con Marco Andretti, e a Chicago, dove ha ottenuto il miglior risultato in carriera concludendo al terzo posto. "In certi aspetti mi ricorda Montoya", ha dichiarato Vasser, co-proprietario del KV Racing Technology e compagno di squadra di Montoya per due stagioni. Ancora non è stato trovato l’accordo per proseguire il rapporto con il KV Racing Technology anche nel 2010: in questi primi giorni di off-season Moraes sta parlando spesso con Vasser e l’altro proprietario Kevin Kalkhoven, sottolineando in particolar modo l'importanza di avere un compagno di squadra esperto per aiutarlo specialmente nel trovare l’assetto giusto, quello che considera ancora il suo maggiore tallone d’achille. Anche quest’anno il team ha dimostrato di poter essere molto competitivo quando ha schierato più vetture. Dopo un ottimo 2008 con Will Power e Oriol Servia, il team ha potuto schierare due vetture in qualche occasione, e tre ad Indianapolis. Il mese di Maggio per il KV Racing Technology è stato molto positivo, con tutti e tre i piloti, Moraes, Paul Tracy e Townsend Bell che hanno fatto vedere delle ottime cose: Moraes si è qualificato settimo e per tutto il mese ha mostrato un passo al livello dei migliori, Bell ha concluso la Indy 500 al quarto posto e Tracy al nono. "Avere un compagno di squadra fa una grande differenza", afferma Moraes. "Anche Jimmy e Kevin vogliono schierare una seconda vettura, così dobbiamo stare a guarda cosa può succedere. In generale sono piuttosto contento del team. Ho sicuramente imparato molto nel corso di quest'anno. In realtà, ho imparato di più quest'anno che in qualsiasi altro momento della mia carriera. Per questo devo ringraziare Kevin Kalkhoven, Jimmy Vasser e tutti i ragazzi del team. Tutti hanno lavorato duro per tutta la stagione e hanno fatto un ottimo lavoro." L’accordo per il 2010 tra Moraes e il team dovrebbe comunque arrivare nel giro di un mese.

28/10/2009

Indycar Prospect: JR Hildebrand

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Il campione 2009 della Firestone Indy Lights J.R. Hildebrand è già concentrato verso la stagione 2010. Il 21enne pilota californiano si tiene aperta qualsiasi opzione, ma la sua priorità è ovviamente salire di categoria ed approdare nella Indycar Series. In queste stagioni Hildebrand è emerso come uno dei migliori prospetti dell’automobilismo americano: nel 2005 ha vinto il Team USA Scholarship, nel 2006 il campionato di Formula Ford 2000 la corona e corso anche nella Atlantic Series, nel 2007 ha fatto il suo debutto nella Indy Lights con il team Andersen/RLR Racing, con cui nel 2008 ha vinto la sua prima gara, mentre nel 2009 è passato all’AFS Racing/Andretti Green Racing, vincendo il titolo già nella penultima prova della stagione, disputata sul Chicagoland Speedway, conquistando quattro vittorie e sei pole position. Inoltre l’anno scorso ha partecipato a due gare della A1GP World Cup ed effettuato un test nella Indycar, sempre con il team Andretti Green Racing. "Spero di trovare un buon accordo per disputare la prossima stagione in IndyCar", ha detto Hildebrand. "Sto lavorando sodo per ottenere la possibilità di correre in Indycar il prossimo anno. Penso che la Indy Lights sia un ottimo terreno di prova per poi fare il salto in Indycar. Sento che negli ultimi due anni ho imparato molto, e tutto questo mi servirà per andare avanti nella mia carriera. Le vetture della Indy Lights non sono poi molto diverse da quello IndyCar in termini di caratteristiche generali. Ovviamente con la IndyCar si ha a che fare con molta più potenza, che è la cosa più importante a cui ti devi abituare. Ma non ho dovuto cambiare il mio modo di guidare la vettura più di tanto. Ma comunque quando ho effettuato il test sono stato subito in grado di arrivare alla giusta velocità abbastanza tranquillamente."

"Di tutte le vetture che ho guidato negli ultimi due o tre anni quella che ho trovato più diversa, salvo forse qualche auto d'epoca, è stata quella della
A1GP. Sono completamente diverse, avendo innanzitutto pneumatici differenti. Ci siamo trovati veramente in difficoltà. A volte facevamo una cosa e ci risultava l'esatto opposto, perché il pneumatico era molto diverso. E’ stato davvero molto impegnativo." Il miglior risultato di Hildebrand in A1GP è stato un quarto posto a Brands Hatch. Anche se la sua preferenza è per Indycar, egli non si preclude alcuna possibilità, ritenendo che i piloti americani possono avere successo sulla scena mondiale. "Ci sono un sacco di dubbi sui piloti americani che si recano all'estero, forse perché è molto tempo che non vi è qualcuno che abbia un grande successo. Il fatto di correre un genere di corse differente, contro avversari diversi, su circuiti che non hai mai visto prima, può essere scoraggiante. Ma noi siamo andati in grado di superare i problemi, anche se magari i risultati sono stati un po’ inferiori a quanto ci aspettavamo. Comunque non c’è bisogno di essere più nervosi del necessario. E' solo un'altra macchina, solo un'altra categoria."

Hildebrand è grato a Michael Andretti per l’opportunità datagli quest’anno, e rimane fiducioso che il team Andretti, con la riorganizzazione prevista, sarà in grado di trovare un modo per portarlo in Indycar Series. Ma lui sta comunque anche parlando con i proprietari di altre squadre. "Per il prossimo anno sono ottimista", ha detto. "Certo, la situazione economica non aiuta. Ma allo stesso tempo, forse mi concede un po’ di tempo in più, perché la gente sta più cauta e pondera meglio le decisioni che deve prendere. Ho avuto alcuni colloqui positivi e mi sembra che ci sia l’interesse ad aiutarmi a salire di livello. Sto cercando di accumulare un po’ di soldi per dare una mano ed avere il maggior numero di opzioni possibili. Cerco di essere il più possibile in controllo del mio futuro."

Il nome di Hildebrand è stato affiancato anche al progetto USF1, il team americano che l’anno prossimo dovrebbe correre in Formula 1. "Personalmente non stilo una classifica tra Indycar e Formula Uno, su chi sia superiore o inferiore", afferma Hildebrand. "La Formula Uno ha ovviamente un livello di prestigio e di supporto più globale, ma credo che sarete d'accordo che non c'è niente come la 500 Miglia di Indianapolis. Niente. Penso che la squadra USF1 sia una grande idea e spero che darà a dei piloti americani meritevoli l'opportunità di provare il loro mestiere oltreoceano, ma penso che ancora resta da vedere se sarà funzionante e competitiva per il prossimo anno, quindi per ora è un po’ difficile esprimere un giudizio. Io personalmente non sono stato contattato per un sedile per il prossimo anno."

27/10/2009

Indycar - L'HVM Racing al lavoro per il 2010

Dopo una stagione 2009 avara di risultati, l’HVM Racing sta lavorando in vista del 2010 con la volontà di schierare due vetture nella Indycar Series, come fatto nel finale di questa stagione. Una delle due sarà sicuramente guidata da Robert Doornbos, che ha raggiunto la squadra a metà stagione 209 dopo aver lasciato il Newman/Haas/Lanigan Racing. L’altro pilota, EJ Viso (che ha guidato per il team negli ultimi due anni), è in scadenza di contratto ed il team si sta guardando intorno alal ricerca di un nuovo pilota. Il proprietario del team, Keith Wiggins, non ha detto esplicitamente che Viso è fuori, ma la separazione sembra ormai certa. "Abbiamo una squadra storicamente di successo, ed i membri principali del gruppo sono sempre gli stessi", ha detto Wiggins. "Ma con l’aggiunta di pochi volti nuovi penso che potremmo avere dei benefici. Abbiamo bisogno di qualche persona con un pò più di esperienza nella Indycar. Stiamo anche concentrandoci per trovare più risorse per un ulteriore sviluppo tecnico nel corso della off-season. Il 2009 non è stato positivo, ma ognuno si sta impegnando per cambiare la situazione. Io non credo che abbiamo bisogno di reinventare tutto. Abbiamo bisogno di aggiungere alcuni pezzi chiave che ci rendano più completi e, di conseguenza, facciano in modo che possiamo ritornare ad essere una squadra veramente competitiva."

 

26/10/2009

In ricordo di Greg Moore

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Lo sappiamo, le corse danno tanto e prendono tanto. Regalano gioie incredibili e dolori profondissimi. Imprese memorabili, e tragedie altrettanto difficili da dimenticare. 10 anni fa si consumava proprio una di queste.

Il 31 Ottobre 1999 l’automobilismo perdeva quello che sarebbe diventato sicuramente uno dei campioni della nostra epoca. Ci sono piloti su cui si possono nutrire de dubbi, piloti che potranno vincere o potranno non vincere, a seconda delle situazioni che capiteranno loro durante la loro carriera. Su Greg Moore non c’erano dubbi, bastava vederlo in pista per capire cosa sarebbe diventato. Un campione. Cosa avrebbe vinto. Tutto. Greg Moore era uni di quei piloti che nascono periodicamente e che segnano la loro epoca. Ma il destino che avvolge le corse automobilistiche ha voluto che andasse diversamente.

Moore era nato a New Westminster, British Columbia, Canada, vicino Vancouver, il 22 aprile 1975. Aveva cominciato a correre coi go-kart per poi passare alle monoposto della Formula Ford, mettendo subito in mostra un talento tanto precoce quanto straordinario. Nel 1993, all’età di 18 anni, il salto nella Indy Lights, la formula propedeutica della CART. Nonostante corresse per un piccolo team a conduzione familiare, Moore terminò il campionato al nono posto. All'età di 18 anni, divenne il più giovane pilota a vincere un evento sanzionato dalla CART, quando vinse la prova inaugurale della stagione 1994 a Phoenix. Quell’anno vinse tre gare e finì terzo in campionato. Queste performance attirarono uno dei team principali della categoria, il Forsythe Racing, e lo sponsor British American Tobacco, che col proprio brand Player's era molto popolare in Canada. La stagione Indy Lights 1995 fu senza storia, Moore vinse 10 delle 12 gare, di cui cinque consecutivamente, trionfando ovviamente alla fine del campionato. L’anno dopo il passaggio nella CART World Series con il Forsythe Racing fu automatico.

La sua stagione da rookie lo vide conquistare un secondo posto a Nazareth, un terzo a Cleveland e un quarto a Toronto. Greg concluse nono in campionato, conquistando 84 punti ed arrivando secondo nella corsa al titolo di Rookie of the Year dietro ad Alex Zanardi. L’anno dopo cominciò con due secondi posti nelle prime due gare, a Sufers Paradise e a Rio. Alla settima gara della stagione, a Milwaukee, Moore divenne il più giovane vincitore di una gara Indycar, all'età di 22 anni, battendo Michael Andretti per meno di un secondo. Sette giorni dopo, ottenne la sua seconda vittoria in carriera a Detroit, in un incredibile finale in cui iniziò il giro finale al terzo posto, prima che i due piloti che lo precedevano, Mauricio Gugelmin e Mark Blundell (tra l’altro compagni di squadra) rimanessero a secco di carburante. Il resto della stagione non fu però altrettanto esaltante, e Greg finì settimo in campionato con 111 punti.

Nel 1998 il team raddoppiò l’impegno, schierando una seconda vettura per un altro pilota canadese, Patrick Carpentier. Moore iniziò bene la stagione, con tre arrivi nella top 5 nelle prime quattro gare della stagione. Alla quinta, sull’ovale di Rio de Janeiro, ottenne la sua terza vittoria in carriera, grazie ad un grande sorpasso all’esterno su Zanardi nelle battute finali della corsa. Qualche gara dopo, sul Michigan International Speedway, Moore superò all’ultimo giro Vasser e Zanardi andando a vincere la US500 e la Coppa Vanderbilt, uno storico trofeo (vinto in passato anche da Tazio Nuvolari) rispolverato dalla CART per dare lustro alla propria 500 Miglia. Alla fine della stagione per Moore ci sarà il quinto posto in classifica con 141 punti conquistati. Il 1999 si apre invece col successo nella prova inaugurale della stagione, ad Homestead, ma la scarsa competitività del motore Mercedes non gli permise di lottare per il campionato. Ma il suo talento e le sue performance gli aprirono le porte del Penske Racing, con cui Moore trovò un accordo e firmò un contratto per la stagione 2000. Roger Penske aveva visto in lui il pilota giovane di talento da affiancare all’esperto Gil de Ferran, da cui Moore avrebbe dovuto imparare i trucchi del mestiere per spiccare definitivamente il volo.

L’ultima gara della stagione si disputava sul velocissimo California Speedway, una 500 Miglia che avrebbe dovuto decidere chi sarebbe stato il campione tra il rookie colombiano Juan Pablo Montoya e lo scozzese Dario Franchitti. Il giorno precedente la gara, Greg ebbe un incidente nel paddock mentre guidava il suo motorino, scontrandosi con un’auto di servizio e ferendosi alla mano destra. Nel dubbio, il Forsythe Racing chiamò Roberto Moreno per sostituirlo. Dopo una visita medica e un test in macchina, gli fu permesso di correre con un tutore, e Moore si schierò sul fondo dello schieramento, avendo dovuto saltare le qualifiche. Il giorno della gara soffiava un forte vento da nord, che dava fastidio in special modo uscendo dalla curva 2 e immettendosi sul rettilineo opposto a quello del via. Al terzo giro, Richie Hearn sbattè in quel punto, non riportando alcuna conseguenza. Al nono giro della gara, sempre all’uscita della curva 2, Moore perse il controllo della sua vettura, che schizzò verso l’interno a più di 330 kmh. La sua auto si alzò su di un lato ed andò a colpire il muro di cemento interno a testa in giù. L'impatto causò a Moore numerosi danni alla testa, al cervello, al collo, ed altre lesioni interne. Fu tirato fuori dal Safety Team della CART e trasportato in elicottero al vicino Loma Linda University Medical Center, ma tutti i tentativi di rianimarlo fallirono. Aveva solo 24 anni quando morì. La gara continuò, con Adrian Fernandez vincitore e Montoya campione CART. Moore venne dichiarato morto prima della fine della gara, e il resto della corsa fu disputato con le bandiere a  mezz’asta, e tutte le celebrazioni per la gara e per il campionato furono annullate. Il Forsythe Racing decise di chiedere a Carpentier di tornare ai box e ritirarsi. Nessun altro pilota era a conoscenza della morte di Moore fino alla fine della gara. Su richiesta del padre di Greg, Ric Moore (che lo aveva supportato finanziariamente nei primi anni di carriera), la cerimonia di consegna dei premi per la stagione fu eseguita come previsto la notte seguente, anche se il suo formato fu cambiato in segno di rispetto per le famiglie di Greg Moore e Gonzalo Rodríguez, che era rimasto anch’egli ucciso quella stagione, in un incidente pochi mesi prima a Laguna Seca. Per ulteriore segno di rispetto verso Moore, la CART ritirò il suo tradizionale numero, il 99.

Dopo l’incidente di Moore si scateneranno ovviamente le polemiche, rivolte specialmente verso la scelta di adottare la cosiddetta "ala Handfort", un tipo di ala posteriore che non assicurava sufficiente carico aerodinamico ed era notevolmente instabile in condizioni climatiche non ideali, come quelle del giorno della morte di Moore, e che infatti l'anno successivo venne abolita. L’International Speedway Corporation, che acquistò poco dopo il circuito, decise di sostituire l’erba all’interno dell’uscita delle curve con una pavimentazione in cemento che impedisse alle auto di cappottarsi. La CART decise di adottare dei sistemi per proteggere il collo dei piloti, e poco dopo vene adottato il cosiddetto "collare HANS" che tuttora protegge i piloti. Molto probabilmente però neanche questo sistema avrebbe potuto salvare la vita a Moore. Per ironia della sorte, l’ultimo incidente della carriera di Moore prima di quello fatale avvenne durante una sessione di test in Agosto. Il circuito era lo stesso, il California Speedway.

In 72 corse CART, Moore ottenne cinque vittorie e 17 podii. La sua carriera fu stoppata quando stava per esplodere, quando aveva appena firmato il contratto della vita con il team più prestigioso della categoria, quello di Roger Penske. Dopo la sua morte, Penske vincerà tre  volte il campionato, con de Ferran e Sam Hornish, e tre edizioni della 500 Miglia di Indianapolis, con quello che fu il sostituto di Moore, Helio Castroneves, che di fatto non ne ha solo ereditato il posto, ma anche la carriera. Paradossalmente, tutti i problemi che hanno travolto Castroneves lo scorso anno, con l’accusa di evasione fiscale e il rischio di una lunga carcerazione, nascono proprio dalla sua grande occasione, la sostituzione di Moore dopo la sua morte. Il manager di Moore, Alan Miller, pressato da Penske che aveva bisogno di cominciare presto la nuova stagione, e che aveva speso più di sei mesi per redigere il contratto di Moore, semplicemente sostituì il nome del canadese con il nome Castroneves, sottovalutando il fatto che i due avessero residenze fiscali diverse (Moore nelle isole Cayman e Castroneves nell'area metropolitana di Miami). Questo errore porterà poi nell’inverno scorso alla nascita delle accuse di evasione fiscale verso Miller, Castroneves e sua sorella.

Anche se la sua carriera fu molto breve,  Moore dimostrò subito il potenziale di un campione e la maturità di un veterano nonostante l’età molto giovane. "Egli è stato un pilota di incredibile talento e molto intelligente, intelligente e maturo per un ragazzo della sua età", ha detto il suo amico Ross Bentley, ex-pilota Indycar e originario anch’egli di Vancouver. "Raramente commetteva degli errori. Era veramente un buon pilota e molto veloce." "Aveva un talento datogli da Dio, ma anche da suo padre", ha dichiarato Andy Field, un altro ex-pilota di Vancouver che aveva assunto Moore a 17 anni per un test privato per una società di pneumatici. "Ma ciò che separa campioni come Moore da altri piloti di talento è il fatto di non aver bisogno di aiuti per arrivare a raggiungere i massimi livelli."

Un’altra curiosità è quella che fu proprio Moore a presentare a Dario Franchitti la sua attuale moglie, l’attrice Ashley Judd. Moore portò infatti Franchitti ad una festa organizzata da un suo amico, l'attore, originario di Vancouver, Jason Priestley, e fu in quel party che Franchitti incontrò la Judd. Franchitti ha dedicato numerose vittorie a Moore: la prima volta nel 2002, quando vinse proprio a Vancouver. Nel 2005, quando vinse sul California Speedway, fermò l'auto proprio all'uscita della curva 2, dove Moore aveva perso la vita, per festeggiare la vittoria. Pochi giorni fa, dopo aver vinto il suo secondo campionato Indycar, Franchitti ha dedicato la sua vittoria a Moore a dieci anni dalla sua prematura scomparsa. "Oggi ho perso uno dei migliori amici che io abbia mai avuto", disse Franchitti dieci anni fa al termine della corsa. " Era mio amico. Dopo quello che è successo, nient'altro ha importanza. Negli ultimi due anni, da quando ci siamo conosciuti, abbiamo condiviso un sacco di bei momenti insieme. E' stato l’avversario più duro contro cui abbia dovuto lottare, ed era il più divertente con cui stare fuori dalla pista. Sarebbe diventato campione molte, molte volte."

NASCAR - Hamlin vince, Johnson allunga

Denny Hamlin batte Jimmie Johnson e mette fine alla striscia vincente del campione in carica a Martinsville. Il pilota del Joe Gibbs Racing è riuscito ad emergere nella seconda metà della gara, dopo che Johnson aveva controllato la gara per i primi 250 giri (sui 500 in programma). Il finale è stato caratterizzato dal ‘green-white-checkered-flag finish’, causato da un incidente di Scott Speed. Hamlin è riuscito negli ultimi due giri a resistere agli attacchi di Johnson e ad imporsi nella Tums Fast Relief 500. "Eravamo davvero forti sui long run, ma ero preoccupato per quelli più brevi", ha detto Hamlin, che adesso è nono in classifica, 352 punti dietro Johnson. "Ma fortunatamente siamo riusciti a resistere. Anche se non mi piace dirlo, credo che eravamo un po’ a corto di potenza nel motore, era come se la nostra vettura non accelerasse quanto gli altri. Ma dall’altro lato questo ci consentiva di salvare le gomme posteriori, e questo ci ha permesso di restare fuori più a lungo. Penso che questo sia stato il motivo per cui eravamo così forti nei long run. Jimmie, ovviamente, ci ha dato del filo da torcere. Sapeva di avere una vettura più veloce e ha cercato di proteggere la sua leadership. E' stata davvero una bella corsa." Con il secondo posto, Johnson allunga in classifica su Mark Martin, ottavo a Martinsville, portando il suo vantaggio a 118 punti. "Nell’ultimo restart mi trovavo all’esterno, ed era molto rischioso", ha detto Johnson. "Ero molto preoccupato di arrivare fino in fondo e proteggere la mia posizione. Avremmo potuto vincere, ma non abbiamo semplicemente potuto far nulla contro Hamlin all’ultimo restart."

Johnson, tuttavia, ha detto che è ancora troppo presto per pensare di gestire il vantaggio. "Sappiamo tutti qual’è la situazione", ha detto. "Gli incidenti, le rotture meccaniche, tutte quelle cose che non possiamo controllare sono le cose che mi preoccupano. Le cose che possiamo controllare mi sembra che stiano andando alla grande. Le prossime quattro piste sono buone per noi. Se non abbiamo problemi, credo che le cose andranno come vogliamo. Ma ci sono tante cose imprevedibili e che non possiamo controllare." Juan Pablo Montoya ha finito al terzo posto, seguito da Kyle Busch, che ha superato Jeff Gordon (terzo in campionato) all’ultimo giro. "Sono ancora troppo lontano", ha detto Montoya. "Non importa. Bisogna dire che Johnson e tutto il suo team stanno facendo un lavoro straordinario e meritano tutto quello che stanno ottenendo. Vogliamo batterli? Sì, vogliamo batterli. Ancora non è finita. Adesso andiamo a Talladega, una gara imprevedibile, e lui potrebbe avere una brutta gara. C'è ancora molto da correre, per cui può succedere di tutto. Noi stiamo continuando ad andare forte ed ottenere risultati incoraggianti." Martin, secondo in classifica, si è piazzato ottavo. "Mi sarebbe piaciuto finire più sù, ma non siamo riusciti a farlo anche se abbiamo lottato con le unghie e coi denti per ottenere il massimo possibile", ha detto Martin. Quarto in classifica a 192 punti di distacco c’è Tony Stewart, che ha concluso decimo a Martinsville.

Classifica finale:

Pos. Driver Make
1. Denny Hamlin Toyota
2. Jimmie Johnson Chevrolet
3. Juan Montoya Chevrolet
4. Kyle Busch Toyota
5. Jeff Gordon Chevrolet
6. Jamie McMurray Ford
7. Ryan Newman Chevrolet
8. Mark Martin Chevrolet
9. Tony Stewart Chevrolet
10. Kevin Harvick Chevrolet

Classifica del campionato:

Pos. +/- Driver Points Behind
1. -- Jimmie Johnson 6,098 Leader
2. -- Mark Martin 5,980 -118
3. -- Jeff Gordon 5,948 -150
4. -- Tony Stewart 5,906 -192
5. +1 Juan Montoya 5,898 -200
6. -1 Kurt Busch 5,858 -240
7. +1 Ryan Newman 5,786 -312
8. -1 Greg Biffle 5,748 -350
9. +2 Denny Hamlin 5,746 -352
10. -- Carl Edwards 5,685 -413
11. -2 Kasey Kahne 5,659 -439
12. -- Brian Vickers 5,568 -530

Il via della corsa:

Jamie McMurray:

Pit stop per Johnson:

Hamlin guida il gruppo:

Hamlin festeggia in Victory Lane:

22/10/2009

Pronti per il 'Four-peat'

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Ormai è matematico: quando arriva la Chase, si accende Jimmie Johnson. Quando siamo arrivati alla quinta delle dieci gare in programma, il pilota della vettura numero 48 ne ha vinte 3. E la prossima si disputa a Martinsville, dove Johnson ha vinto sei delle ultime sette corse. La Chase è proprio l’ambiente naturale per Johnson. Lo dimostra il fatto che ha vinto almeno una gara in ogni anno della Chase: 2004 (quattro vittorie), 2005 (due), 2006 (una), 2007 (quattro) e 2008 (tre); quest’anno inoltre è diventato l'unico pilota con tre vittorie nelle prime cinque gare Chase. Johnson ha ottenuto la sua sesta vittoria stagionale, più di ogni altro pilota. Questa è l'ottava stagione consecutiva in cui Johnson ha vinto almeno una gara (2002-2009).

Insomma, non è una novità vedere che appena si entra nella fase decisiva della stagione, Johnson cambia passo. Se dovesse vincere anche quest’anno (ha un vantaggio di 90 punti sul secondo, il compagno di squadra Mark Martin, il vantagio più ampio mai visto a metà Chase), sarebbe il primo pilota nella storia della NASCAR a vincere quattro titoli consecutivi. In questi giorni è stata aperta la Hall of Fame della NASCAR (in cui i primi introdotti non potevano essere che nomi mitici della categoria come Dale Earnhardt e Richard Petty, oltre al fondatore della categoria Bill France), e non ci sono dubbi che a Johnson spetterà un posto d’onore, quando arriverà il suo momento.

Nonostante ciò, un po’ per scaramanzia un po’ per tenere alta la guardia, Johnson rimane cauto circa le possibilità di vittoria. Preferisce tenere le sue emozioni sotto controllo, ricordando che anche solo una brutta gara può fargli perdere la leadership in campionato. "Può succedere di tutto", dice. "Qualcuno può finire in testacoda davanti a te, puoi toccarti con un altro, danneggiare un pneumatico o un parafango, una foratura, qualsiasi cosa. Sono tutte cose che possono succedere. Mi sento molto fiducioso per il campionato. Se non abbiamo alcun problema, credo che abbiamo buone possibilità di vincere. Ma ci sono cose che non possiamo controllare. Noi non vogliamo essere troppo sicuri e poi magari succede qualcosa che ti butta giù. Dobbiamo mantenere alta la guardia." L’ultimo ritiro di Johnson in una gara della Chase risale al 2006, quando a Talladega rimase coinvolto in un incidente mentre lottava per la vittoria con Brian Vickers e Dale Earnhardt jr. Da allora, il suo peggior arrivo durante la chase è stato in Texas e ad Homestead l'anno scorso, quando ha chiuso quindicesimo.

Il suo crew chief, Chad Knaus, è sulla stessa linea d’onda del suo pilota, ricordando i rischi che si corrono su circuiti come Martinsville e Talladega, dove diversi elementi possono colpirli quando meno se l'aspettano. "Capita a tutti", ha detto Knaus. "Ci sono circostanze e tempistiche che non riesci a controllare. Siamo stati fortunati nel corso degli ultimi due anni, non abbiamo mai avuto un guasto significativo nella Chase, ma può sempre capitare, è molto probabile, e la potenzialità c'è ogni volta che si va in pista." Il proprietario del team Rick Hendrick ritiene che sia ancora troppo presto per trarre conclusioni circa il campionato e ha ricordato che i problemi che gli altri piloti della Chase hanno già affrontato, potrebbero colpire Johnson nelle prossime gare. "Abbiamo ancora cinque gare da disputare", ha detto Hendrick. "Credo che quello dobbiamo tenere a mente è che la stessa cosa che è successo agli altri potrebbe accadere a noi. Guarda Denny Hamlin: ha fatto delle grandi corse e ha avuto due problemi che lo hanno tagliato fuori. Abbiamo ancora Talladega, la prossima è a Martinsville. Con i restart in doppia fila può succedere di tutto. E’ ancora troppo presto per parlare."

Altri contendenti per la Chase sembrano invece rassegnati anche per quest’anno.
"Mille cose devono andare per il verso giusto, mentre ne basta uno solo perché la tua giornata volga al peggio", ha detto Carl Edwards, dopo la rottura del motore che lo ha messo ko sabato scorso. "Questa è la cosa più frustrato. Ce la puoi mettere tutta, ma non puoi farci niente." "A questo punto non credo che nessuno di noi possa fermare Johnson", ha detto Kasey Kahne dopo il suo terzo posto di sabato. "Tutto può succedere. Ma se non succede nulla, Jimmie sarà il vincitore."

I pericoli maggiori da cui deve guardarsi Johnson nelle prossime gare riguardano innanzitutto uscire indenne da Talladega, un circuito spesso teatro di incidenti multipli e spettacolari. Un guasto meccanico può sempre succedere, anche per una grande organizzazione come quella dell’ Hendrick Motorsports (che finora ha vinto 12 gare quest’anno).  Può sempre capitare, anche per una organizzazione del genere, sedersi e rischiare l’autocompiacimento, altro rischio da evitare. Ed inoltre dovrà tenersi alla larga da possibili penalità, sia in pista (magari una velocità eccessiva ai box) che fuori. Finora le auto sue e di Martin sono state le più controllate a fine gara dai commissari della NASCAR. Ma se niente di questo accadrà, sembra difficile individuare qualcuno che con le sole proprie forze riesca ad arginare il dominio di Johnson.

20/10/2009

Indycar - Una new entry per il 2010?

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Un nuovo team potrebbe affacciarsi in Indycar nel 2010. Si tratta del Newman Wachs Racing, che ha appena vinto l'Atlantic Championship (l'ex Formula Atlantic) con John Edwards, 18enne nuova speranza dell'automobilismo a stelle e strisce. Il proprietario del team, Eddie Wachs, sta ora cercando un salto di categoria per il suo pilota, ed una delle possibilità più concrete è quella di mettere sù un team nella Indycar. "Ci sono due aree che stiamo valutando", ha detto Wachs. "Una è la GP2, ma lì non abbiamo molte conoscenze anche se stiamo parlando con un pò di gente. L'altra è la Indy Racing League. Ma non siamo interessati alla Indy Lights, vogliamo fare il sato direttamente in Indycar." Dopo alcune stagioni in cui ha schierato due auto nella Atlantic, Wachs si sente pronto per affrontare un programma Indycar, magari appoggiandosi ad un team già esistente. "Vorrei provare a fare questa cosa appoggiandomi ad un team già esistente", afferma Wachs. "Quando ho iniziato il programma Atlantic pensavo: 'io sono intelligente come chiunque altro, non c'è ragione per cui non possa costruire la mia squadra e farla diventare vincente,' e ci sono voluti quattro anni perchè ciò accadesse. Ho grande rispetto per gente come Carl Haas, Roger Penske e Chip Ganassi, e ho visto quanto tempo anche loro ci hanno messo per costruire e sviluppare una sana e vincente organizzazione. Noi non cercheremo di partire da zero. Si può aderire ad un'altra squadra ed iniziare così a sviluppare il nostro programma." Il team in questione potrebbe essere il Newman Haas Lanigan Racing, che è sempre alla ricerca della sponsorizzazione giusta per poter continuare a schierare una seconda vettura per il 2010. Infatti i due team hanno in comune il co-fondatore, il leggendario attore Paul Newman, di cui Wachs era da lungo tempo amico. Ora, di fronte alla prospettiva di accompagnare Edwards, considerato il nuovo astro nascente dell'automobilismo americano per monoposto, nella Indycar, il problema è trovare l'adeguata sponsorizzazione per una serie relativamente dispendiosa come la Indycar. "La nostra grande preoccupazione è se siamo in grado di mettere insieme i giusti finanziamenti per questo programma", sostiene Wachs. "L'anno scorso siamo stati quasi interamente finanziati dalla Nuclear Energy Institute and Entergy. Essi sono interessati ai nostri progetti e potrebbero darci una mano, ma ancora non abbiamo nulla di certo." Comunque se tutto andrà secondo i piani, la Indycar Series potrebbe dare quindi il benvenuto ad un nuovo team e una nuova giovane star. "Avremo bisogno di fargli fare dei test", ha detto Wachs. "Probabilmente questo accadrà abbastanza presto, e se dimostrerà di essere subito veloce...beh, penso che ci sarà da divertirsi."

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18/10/2009

NASCAR - Vince sempre Johnson

Jimmie Johnson compie un altro grande passo verso il quarto titolo consecutivo nella NASCAR Sprint Cup ottenendo la vittoria nella Banking 500 disputata a Charlotte nella notte di sabato. Per il pilota dell’Hendrick Motorsports si tratta della terza vittoria su cinque gare della Chase, e ha portato a 90 il vantaggio sul secondo, Mark Martin, solo diciassettesimo a Charlotte. "Penso che siamo in buona posizione, ma non c'è motivo ancora di essere troppo eccitati", ha detto Johnson. "Siamo entusiasti e ottimisti, ma al tempo stesso, sappiamo che ci sono ancora molti pericoli. Una foratura, un problema meccanico, una corsa come Talladega dove può succedere di tutto. Ci sono ancora cinque gare alla fine della stagione." Il tre volte campione, e campione in carica, ha letteralmente dominato il weekend di Charlotte: ha ottenuto la pole position, è stato il più veloce in tutte e tre le sessioni di prove, ha condotto in testa il maggior numero di giri e ha vinto la gara. Jeff Gordon ha preso brevemente la testa della corsa dopo un restart a 17 giri dalla fine, ma tre giri più tardi Johnson lo ha superato nuovamente e si è involato verso la vittoria. "Sapevo che sarebbe stata dura", ha detto Johnson. "Lui era su di me, ed io ero piuttosto nervoso. Ad un certo punto ha avuto la linea giusta e mi ha sorpassato. In precedenza ero riuscito a contenerlo, ma lui aveva davvero un grande spunto nei restart." A cinque giri dalla fine Matt Kenseth è riuscito ad effettuare il sorpasso giusto per mettersi al secondo posto, seguito da Kasey Kahne. Completano la top 5 Gordon e Joey Logano sulla Toyota del Joe Gibbs Racing.

E' stata una giornata disastrosa per molti contendenti per la Chase: Denny Hamlin si è dovuto ritirare per un problema ad una valvola e si è classificato 42°, Carl Edwards ha rotto la trasmissione e ha terminato la sua corsa 37°, Juan Pablo Montoya è stato rallentato da una foratura che lo ha mandato in testacoda, ed ha chiuso 35°, Martin ha pagato un contatto ad inizio gara ed ha chiuso 17°. "Avevamo una delle vetture più veloci ma non c'era molto che potessimo fare oggi", ha detto Montoya. "Abbiamo lavorato al massimo di come potevamo, abbiamo fatto tutto ciò che potevamo fare. Ma oggi il meglio che potevamo è stato il 35° posto." A metà della Chase, solo tre piloti, cioè Martin, Gordon e Tony Stewart (tredicesimo a Charlotte), sono a meno di 161 punti da Johnson, che è il massimo di punti che un pilota può accumulare in una singola gara. "Mi sento molto bene nella corsa per il campionato", ha ammesso Johnson. "Se non abbiamo alcun problema, credo abbiamo una buona occasione per vincere il campionato. Ma ci sono tante incognite che non possiamo controllare. Ecco perché vogliamo restare coi piedi per terra e tenere alta la guardia."

Classifica finale:

Pos. Driver Make
1. Jimmie Johnson Chevrolet
2. Matt Kenseth Ford
3. Kasey Kahne Dodge
4. Jeff Gordon Chevrolet
5. Joey Logano Toyota
6. Clint Bowyer Chevrolet
7. Casey Mears Chevrolet
8. Kyle Busch Toyota
9. Martin Truex Jr. Chevrolet
10. Kurt Busch Dodge

Classifica del campionato:

Pos. +/- Driver Points Behind
1. -- Jimmie Johnson 5,923 --
2. -- Mark Martin 5,833 -90
3. +2 Jeff Gordon 5,788 -135
4. -- Tony Stewart 5,768 -155
5. +1 Kurt Busch 5,746 -177
6. -3 Juan Montoya 5,728 -195
7. -- Greg Biffle 5,655 -268
8. +2 Ryan Newman 5,635 -288
9. +2 Kasey Kahne 5,592 -331
10. -2 Carl Edwards 5,582 -341
11. -2 Denny Hamlin 5,551 -372
12. -- Brian Vickers 5,438 -485

Il via della corsa:

Kenseth davanti a Johnson:

Il testacoda di Montoya:

Pit stop per Kahne:

Johnson festeggia a ruote fumanti:

15/10/2009

Strategia vincente

I campionati non sempre si vincono guidando al massimo, ma a volte si possono vincere anche alzando il piede.  E’ un modo elettrizzante per vincere un campionato, e un modo straziante per perderlo. La strategia utilizzata da Dario Franchitti e dal team Ganassi gli ha permesso di rimanere in pista più a lungo dei suoi rivali, vincendo gara e campionato. Ryan Briscoe ha fatto tutto quanto in suo potere: ha condotto la maggior parte dei giri in testa (103) e terminato davanti a Scott Dixon, che era leader della classifica. Ma non è stato sufficiente. Briscoe è dovuto rientrare ai box per una veloce sosta a sei giri dalla fine, consegnando la leadership a Franchitti, che ha vinto per 4,788 secondi. Essendo Franchitti e Dixon compagni di squadra, il team ha potuto differenziare le due strategie. Mentre Dixon battagliava con Briscoe per i due punti di bonus che vanno al pilota che conduce in testa il maggior numero di giri, Franchitti ha potuto tenere un ritmo costante e accorto ch gli ha permesso di risparmiare carburante. "Loro hanno fatto tutto bene e noi abbiamo fatto tutto bene, avevano solo diverse strategie in corso", ha detto Franchitti. "Credo che li abbiamo sorpresi, e abbiamo anche avuto un pizzico di fortuna. È un onore vincere un campionato contro gente come quella che noi abbiamo in questa categoria."

Lo scenario è stato reso possibile da un evento particolare: per la prima volta nella storia della Indycar (arrivata alla sua quindicesima stagione), una gara è stata completata senza intervento di bandiere gialle. Briscoe ha dovuto anticipare leggermente la prima sosta a causa di problemi di guidabilità, rientrando ai box un paio di giri prima di Dixon e Franchitti. "Ci siamo fermati un po’ prima per il nostro primo pit stop", ha ammesso il pilota del Team Penske. "Le gomme andavano male e nel finale del primo stint avevo cominciato a paerdere la macchina. Ero davvero nei guai. Ero nel traffico e abbiamo scelto di anticipare la sosta di un paio di giri Questo ha finito per influenzare la nostra strategia per il resto della giornata." Più sorprendente è stato che Dixon, normalmente un maestro nel conservare carburante, ha seguito immediatamente Briscoe ai box. Con il campionato in lizza, Ganassi ha deciso di far seguire Briscoe a Dixon nella sequenza dei pit stop, e far correre Franchitti con il proprio ritmo.In seguito Briscoe ha corso più forte che poteva per inseguire Dixon, ed alla fine i due hanno doppiato tutti gli altri piloti, a parte i tre contendenti al titolo. "Probabilmente è stata la gara migliore che io abbia mai corso", ha detto Briscoe. Anche Dixon è convinto di aver fatto tutto quello che fosse necessario per vincere il titolo. Ha vinto cinque gare durante la stagione ed anche ad Homestead è rimasto in testa per la maggior parte della prima metà della gara. Dopo non ha mai lasciato andar via Briscoe. "Ci siamo spinti a vicenda per conquistare i due punti di bonus", ha detto Dixon. "Il gruppo di Franchitti ha scelto la strategia più intelligente."

Al primo pit stop Franchitti è andato quattro giri più lungo di Briscoe, e ha mantenuto il vantaggio anche per il secondo. Dopo il terzo, Franchitti ha scelto di risparmiare ancora di più carburante, cosa che gli ha consentito di completare gli ultimo 51 giri senza doversi più fermare. Chip Ganassi ha detto che la decisione è stata resa più facile dal fatto che solo i tre contendenti al titolo erano a pieni giri. Ma ha anche ammesso che comunque scegliere una strategia del genere non era da tutti. "Ci vuole un livello di maturità e un livello di fiducia in te stesso, devi essere un campione prima e sapere che cosa ci vuole per essere un campione", ha detto. "Questo serve per vincere le gare come abbiamo fatto noi sabato." Al termine della gara, Franchitti ha percorso in testa 25 giri, contro i 70 di Dixon e i 103 di Briscoe. Nel corso dell'anno, Franchitti ha condotto in testa 485 giri, contri 739 di Briscoe e gli 815 di Dixon. Eppure, Dixon e Franchitti hanno vinto lo stesso numero di gare 5, grazie alla grande costanza dello scozzese. "Penso che ci sono molti ragazzi che possono vincere gare, ma non c’è ne sono altrettanti in grado di vincere i campionati. Dario è in grado di farlo", ha detto Ganassi. "Lui è sempre lì, magari non è molto appariscente, ma alla bandiera a scacchi è sempre dove conta. Lui è questo genere di pilota."

La decisione di tornare in Indycar arrivò nel weekend del Labor Day dello scorso anno a Detroit, quando Ganassi aveva appena saputo che avrebbe perso Dan Wheldon (passato al Panther Racing), e aveva bisogno di un top driver da affiancare a Dixon. Franchitti, il cui programma NASCAR era stato appena sciolto a causa della mancanza di sponsorizzazione, sapeva che lui apparteneva in IndyCar. Tutto ciò che restava era trovare una squadra. E Ganassi era già suo datore di lavoro in NASCAR. "Mi fece sedere e mi incalzò molto duramente", ha detto Franchitti circa Ganassi. "Perché voglio tornare nella IndyCar? Ero pronto per la sfida e a dare il 100 per cento? Sono solo felice di essere riuscito a convincerlo."

Il campionato è stato il secondo in tre anni per Franchitti. Solo Sam Hornish (2001, '02) e Dixon (2003, '08) hanno vinto più di un titolo Indycar. Inoltre, a 36 anni, è il più vecchio vincitore di un titolo Indycar. "Non pensavo che avrei vinto cinque gare e il campionato subito al mio ritorno", ha detto. "Sapevo che guidando per Ganassi avrei avuto tra le mani un ottimo materiale, era solo una questione di essere capace di tornare e di competere ad un livello che avevo già raggiunto." Franchitti ha detto che vincere il campionato è stato "dolce" per vari motivi. In primo luogo, ha fatto riparato alla stagione interrotta in NASCAR, che i critici hanno considerato un fallimento. Franchitti ha ammesso come sia stato umiliante e doloroso, non per la caviglia rotta in un incidente a Talladega, ma anche per il licenziamento di 70 persone. "E' stato qualcosa che era successa ad altri, ma era la prima volta che succedeva a me", ha detto. "E' stata una buona lezione." A fine gara Franchitti ha poi voluto ricordare il suo amico Greg Moore, scomparso 10 anni fa in un incidente al California Speedway proprio mentre Franchitti si giocava il titolo CART con Montoya. "Penso a Greg Moore tutto il tempo", ha detto Franchitti. "Ha vinto la sua ultima gara proprio qui ad Homestead. 10 anni fa mi trovavo in una lotta per il campionato con Montoya, ma tutto perse di importanza perché perdemmo Greg. Questo mese sono 10 anni esatti, quindi questa è per lui."

13/10/2009

Endurance - Assegnati i titoli in ALMS e GrandAm

Domenica si sono corse le ultime prove sia dell’American Le Mans Series che della GrandAm Rolex Sports Car Series. Gil de Ferran ha chiuso la sua carriera di pilota professionista con la vittoria nella prova finale della American Le Mans Series a Laguna Seca, ma questa vittoria non è stata sufficiente ad impedire ai rivali del Patron Hightcroft Racing David Brabham e Scott Sharp di conquistatare il titolo. De Ferran ha dovuto resistere alla pressione portatagli dalla Acura di classe LMP2 del Fernandez Racing, che ha sfiorato la prima vittoria nell’ultima gara disputata nella categoria. "Certamente non è stata una gara facile", ha detto de Ferran. "Durante tutto il fine settimana avevo un sacco di pensieri differenti nella mia testa. Ma avevo un lavoro da fare. E' stato un weekend difficile da questo punto di vista. Simon (Pagenaud) ha fatto una gara fantastica, mi ha lasciato il volante con un grande vantaggio." Non molto brillante è stata invece la giornata del Patron Hightcroft Racing. Dopo aver perso subito contatto da Simon Pagenaud, che ha preso il comando partendo dalla pole position, Brabham ha perso anche il secondo posto a vantaggio della Lola dell’Intersport Racing guidata da Jon Field. Poi è rimasto coinvolto in un incidente multiplo causato dalla Corvette GT2 di Oliver Gavin. Un lungo pit stop supplementare è stato necessario per riparare i danni alla carrozzeria, prima di una nuova sosta per un problema al cambio. Alla fine comunque Sharp e Brabham sono riusciti a completare il 70 per cento della distanza di gara, necessario per essere classificati e guadagnare i punti utili per vincere il titolo. "David ha fatto una grande lavoro all’inizio", ha detto Sharp. "Abbiamo avuto subito qualche problema con l'elettronica. Abbiamo perso il nostro indicatore delle marce, ma eravamo OK. Il team ha fatto un lavoro incredibile per tutto l'anno. Vincere il campionato è una emozione incredibile, perché il passaggio dalla Indycar a qui è stato molto impegnativo per me. I ragazzi hanno effettuato uno sforzo straordinario per tutta la stagione. Hanno lavorato duramente e io sono davvero contento che siamo stati in grado di portare a casa questo risultato per loro." In classe GT2, gara e titolo sono andati a Jorg Bergmeister e Patrick Long sulla Porsche del Flying Lizard Motorsports. La Ferrari del Risi Competizione, che nutriva ancora qualche speranza di titolo, ha dovuto ritirarsi in seguito ad una collisione con la nuova Jaguar. Bergmeister si è così potuto tranquillamente giocare la vittoria di classe in una battaglia feroce con la Corvette di Jan Magnussen. Il danese è stata costretto a cedere il comando nel giro finale a causa di un incidente nel tentativo di sopravanzare Bergmeister.

Ad Homestead Alex Gurney e Jon Fogarty hanno vinto il loro secondo titolo in tre anni nella GrandAm Rolex Sports Car Series. Fogarty e Gurney, alla guida della Pontiac Riley del Bob Stallings Racing, dovevano arrivare almeno quarti per vincere il campionato, ed è quello che hanno fatto. "Adesso che abbiamo finito c'è un tale senso di sollievo", ha spiegato Fogarty. "C’era molta ansia, ed adesso ci sentiamo davvero bene. Questa vittoria è il frutto di un intenso e duro lavoro di un grande gruppo di ragazzi. E' fantastico. Ciò dimostra che la vittoria del 2007 non era un fuoco di paglia." Per vincere il campionato nel 2007, Fogarty e Gurney avevano vinto sette delle 14 gare e ottenuto la pole 10 volte. Quest'anno Gurney e Fogarty hanno vinto quattro gare, e non hanno dimostrato lo stesso predominio, a causa della maggiore concorrenza. "Questo titolo lo sentiamo diverso da quello del 2007", ha detto Gurney. "E' stato difficile per noi quest'anno. Penso che abbiamo dovuto tirare fuori di più da tutti noi. Nel 2007 ci sono state un paio di gare tranquille, un po' più facili. Quest’anno abbiamo dovuto lottare molto più duramente." Scott Pruett e Memo Rojas, che condividono la Lexus Riley del Ganassi Racing, hanno terminato secondi sia in gara che in campionato, sei punti dietro Fogarty e Gurney. "Secondi in campionato ancora una volta", ha detto Pruett, riferendosi ai due precedenti secondi posti ottenuti. "E' comunque bello essere sempre in corsa per il titolo, questo la dice lunga circa l'organizzazione Ganassi. Abbiamo dato tutto quello che avevamo. E' stata una giornata piuttosto difficile per il caldo che ha stressato molto i pneumatici, che ha reso tutto più difficile." La gara è stata vinta dall’equipaggio Barbosa-Haywood sulla Porsche Riley del Brumos Racing. Con il terzo posto conquistato ad Homestead, Dirk Werner e Leh Keen hanno vinto il campionato GT, alla guida della Porsche del Farnbacher Loles. La vittoria di classe è andata alla Pontiac di Collins-Edwards, che avevano ancora qualche residua speranza di titolo, svanita quando Keen ha completato i 30 minuti necessari per segnare quei punti necessari a vincere il suo primo titolo. "Abbiamo iniziato l'anno con un solo obiettivo, vincere il campionato", ha detto il titolare del team Greg Loles. "Siamo stati molto fortunati, perché eravamo di fronte a un gruppo di sfidanti davvero forti. Questo campionato è ancora più speciale. Abbiamo vinto nel 2007 con la nostra costanza, ma abbiamo vinto più gare (quattro, di cui tre consecutive) quest'anno, e non potrei essere più felice." Werner ha aggiunto: "Per me è davvero impressionante vincere un secondo campionato in soli tre anni che mi sono trasferito qui negli Stati Uniti. E' stato possibile solo grazie a questa squadra e sono molto felice."

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