Sebastien Bourdais a piedi

bourdais240709.JPG

Il sistema Formula 1 ha fatto in questi giorni una nuova vittima, il francese Sebastien Bourdais. Il pilota francese era arrivato alla Toro Rosso forte di 4 titoli ottenuti nella CART ChampCar, e il suo allontanamento ha riaperto la solita disquisizione sui piloti che ottengono risultati negli USA e che poi invece non riescono a fare altrettanto in Formula 1. Molto spesso queste critiche formulate dai fan della Formula 1 rispetto alle corse americane dimenticano innanzitutto che, per quanti piloti europei hanno varcato l’oceano e vinto, ce ne sono tantissimi che non hanno ottenuto risultati di rilievo, mentre a sentire i detrattori sembra che chiunque varchi l’oceano vada a vincere a mani basse. Il problema principale è che probabilmente, nella Formula 1, giochi politici e di “raccomandazioni” a parte, non si riesce più a comprendere bene il reale valore di un pilota. Piloti che fino ad un anno prima erano relegati nelle ultime file, e che improvvisamente si ritrovano a lottare per il mondiale solo perché il loro progettista ha azzeccato la vettura (come stiamo vedendo quest’anno). Negli USA il tutto è leggermente diverso, e anche se è evidente che correre per Penske, Ganassi o Andretti dà un certo vantaggio, il sistema della corse americane concede sempre la possibilità di capire il reale valore di un pilota.

In questo senso, Bourdais non è certo il pilota visto in Formula 1. 4 campionati non si vincono per caso. Va però ricordato (e molti sedicenti esperti di Formula 1 questo lo ignorano, volutamente o meno) che Bourdais ha vinto in ChampCar in un periodo in cui la categoria era ormai in netto declino e presentava una concorrenza di livello nettamente inferiore rispetto alla Indycar, e correndo per il miglior team della categoria, il Newman-Haas, unico team forse allo stesso livello dei team della categoria rivale. Questo non vuole essere uno sminuire i risultati di Bourdais, solo chiarire qual’era la situazione. 4 campionati infatti non si vincono per caso, Bourdais è un pilota velocissimo e lo ha dimostrato in tutte le categorie in cui ha corso. Ha vinto un titolo di F3000 Internazionale, ma soprattutto per tanti hanno ha corso la 24 Ore di Le Mans, sempre ben figurando (Bourdais è originario proprio di Le Mans).

Sin dalle formule minori Bourdais è stato uno dei migliori prospetti dell’automobilismo europeo, parabola culminata appunto con la vittoria del titolo di F3000 Internazionale nel 2002. La sua carriera fu però bloccata da una controversia con la Renault F1 Team e Flavio Briatore, che negano così la destinazione più logica per un pilota francese di successo sotto contratto con un team francese di Formula 1. Così Bourdais decise di emigrare negli USA per gareggiare nella Champ Car World Series, per quelli che saranno cinque anni di grandi successi. Nella prima stagione il francese ottiene 5 pole (due nelle prime due gare, primo rookie dai tempi di Nigel Mansell ad ottenere la pole nella prima gara in carriera), tre vittorie e il titolo di Rookie of the Year, per poi ottenere il titolo nei 4 anni successi. Ma naturalmente non era un segreto per nessuno che la concorrenza che Bourdais aveva dovuto affrontare non era neanche paragonabile a quella degli anni 1980 e’90, o anche a quella che avrebbe dovuto affrontare in Indycar.

In Formula 1, in un totale di 27 gare, Bourdais ha portato a casa la miseria di sei punti. Non è mai riuscito a confermare la bella prova del gp di debutto, in Australia, quando era al quarto posto e puntava al podio finale prima di un guasto al motore che lo relegò al settimo posto. Il momento più sfortunato della sua carriera in Formula 1 è arrivato nel GP d’Italia del 2008, quando il suo compagno di squadra Vettel è andato a vincere. Dopo essersi qualificato al quarto posto, Bourdais aveva la possibilità di fare una grande gara, la sua migliore, ma la sua auto si bloccò sulla griglia e quando ripartì era già un giro dietro. Nel 2009 Bourdais ha poi faticato nel confronto con un compagno di squadra esordiente come Buemi, anche se alla fine ha conquistato due punti contro i tre del compagno.

Questa debacle di Bourdais potrebbe paradossalmente aiutare l’automobilismo americano, che negli ultimi tempi aveva sentito tornare a cantare le sirene della Formula 1 verso i suoi giovani migliori: Marco Andretti, Graham Rahal e anche Danica Patrick sono spesso stati accostati ad alcuni team, specialmente la defunta Honda e il neonato USF1 team (sempre se poi esisterà davvero). Adesso però le loro quotazione potrebbero risultare in ribasso.

Le difficoltà di adattamento dei piloti provenienti dagli Stati Uniti può essere giustificata da un allontanamento delle due filosofie di corsa avvenuto a cavallo degli anni ’90. Da allora la Formula 1 ha spostato la sua attenzione verso la tecnologia e il lavoro al computer, oltre ad una aerodinamica esasperata, che tra l’altro ha portato via via ad una sempre maggiore difficoltà nei sorpassi. Anche piloti che hanno comunque ottenuto dei risultati di rilievo come Villeneuve o Montoya hanno fatto notare come la Formula 1 si sia evoluta verso una mentalità più ingegneristica. Ad esempio hanno sostenuto come, invece di trovare un ingegnere di macchina che si adoperasse per soddisfare lo stile di guida del pilota, i team insistano nel costruire una macchina a tavolino con gli ingegneri e costringere poi il pilota ad adattarcisi. Tutto questo ha portato ad una Formula 1 in cui sono diventati più importanti gli ingegneri, gli aerodinamici, che i piloti stessi, e sbagliare un aerodinamico (come ad esempio testimoniano le difficoltà della Ferrari in questa stagione) è diventato più grave che sbagliare un pilota. Una delle conseguenze è che per andare forte con una Formula 1 moderna bisogna fare chilometri e chilometri di test (e quest’anno che sono stati limitati si stanno vedendo i limiti di alcuni piloti), e non esiste più che anche un Senna se ne sta a mare per tutte le vacanze off-season e poi si siede sulla McLaren il venerdì del primo GP stagionale e va subito forte. Negli USA si continua a tenere ancora maggiormente a valutare il lavoro in pista, la ricerca dell’assetto ottimale, la collaborazione tra il pilota e l’ingegnere in pista. In pratica, o più semplicemente, parliamo di due visioni diverse dell’automobilismo.

Una testimonianza che la concezione americana delle corse sia rimasta più libera di quella della Formula 1 può essere data dalla possibilità che i piloti americani hanno di dedicarsi ad altre categorie, cose che ai piloti di Formula 1 è negata. Rare eccezioni a parte, come quella concessa quest’anno proprio a Bourdais (che ha corso la 24 Ore di Le Mans con la Peugeot, arrivando secondo), gli attuali piloti di Formula 1 posso correre soltanto in Formula 1 e basta. I piloti Indycar, o anche quelli NASCAR, hanno invece la possibilità di correre in diverse categorie. Quest’anno ad esempio si è visto Dixon e Franchitti nel giro di tre settimane correre (e andare forte) a Daytona nella GrandAm, a Sebring nella American Le Mans Series e a St.Petersburg nella Indycar. E comunque quasi tutti i piloti della Indycar si alternano anche in altre categorie, specialmente nella ALMS, dove fino allo scorso anno Penske e Andretti avevano un programma stabile per cui, nelle gare di più lunga durata, aggiungevano ai loro piloti titolari i piloti Indycar. Così si è potuto valutare il valore di Andretti, Kanaan, Castroneves, Briscoe, ma anche Rahal, con vetture diverse da quelle con cui sono stati abituati a correre. Altri, come la Patrick o Matos, o gli ex Manning e Rice, si sono invece impegnati nella GrandAm. Vedendo i piloti all’opera in diverse categorie, confrontandosi con mondi e problematiche nuove, con un diverso modo di guidare e di approcciarsi alle corse, si può capire in modo migliore il loro reale valore.

Detto tutto questo, va sottolineato che Bourdais resta comunque un ottimo pilota. Il futuro del pilota francese ora potrebbe essere di nuovo negli USA, nella nuova Indycar Series, riunitasi lo scorso anno con la defunta ChampCar. L’anno prossimo alcuni team anche importanti potrebbero prevedere qualche cambiamento nella loro line-up (ad esempio il team di Andretti, che potrebbe perdere Danica Patrick e Hideki Mutoh), e Bourdais potrebbe sicuramente ambire ad uno di quei sedili. La scelta comunque non sarebbe automatica, e non sarebbe comunque automatico un successo dell’operazione. In Indycar infatti Bourdais sarebbe sostanzialmente un rookie, avendo corso solo una edizione della 500 Miglia di Indianapolis, nel 2005 (dove tra l’altro andò comunque molto bene). Dovrebbe soprattutto confrontarsi con la novità della guida sugli ovali, in cui la sua esperienza è molto limitata visto nei suoi anni in ChampCar praticamente non si correva più (e là dove si correva lo si faceva con assetti molto limitati). Quindi la scelta del ritorno negli USA non è così automatica. Per queste ragioni, una scelta più praticabile sarebbe forse continuare la collaborazione con la Peugeot nel programma endurance e quella che è la sua gara di casa, la 24 Ore di Le Mans.

Sebastien Bourdais a piediultima modifica: 2009-07-28T12:30:18+02:00da straygor
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento