La 500 Miglia di Indianapolis

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Ogni anno arriva il mese di Maggio. E il mese di Maggio per il mondo dell’automobilismo significa solo una cosa: 500 Miglia di Indianapolis. “The Greatest Spectacle in Racing” è pronto ad andare in onda ancora una volta. Quest’anno il momento è particolare, perché si è all’interno dei tre anni di festeggiamenti del Centenario.

L’Indianapolis Motor Speedway infatti è stato costruito nel 1909, mentre la prima edizione della 500 Miglia fu disputata il giorno del Memorial Day del 1911. Da allora, ogni ultima domenica del mese di Maggio, si ripete quello che è semplicemente l’evento sportivo più visto dal vivo nel singolo giorno, con ben 400mila persone che ogni anno riempiono l’ovale più famoso del mondo.

Come sanno bene gli appassionati, la 500 Miglia di Indianapolis è ben più che la singola gara. Anzi, si potrebbe addirittura dire che la gara è quasi il momento più triste, perché è quello che chiude un mese che è una vera e propria festa per il mondo automobilistico a stelle e strisce.

La città vive di questo, e si mobilita per quello che è l’evento che l’ha resa famosa in tutto il mondo. Perché come ammettono un po’ tutti gli addetti ai lavori, nonostante l’attuale predominio NASCAR in quanto a popolarità negli USA, e per quanto la Daytona 500 abbia aumentato il suo prestigio, ancora oggi se si va in giro per il mondo e si chiede alla gente comune “conoscete Daytona?”, la gran parte della gente risponde “cosa?”, ma se le chiedi “conoscete Indianapolis?”, la gente assocerà sempre questo nome alla velocità. Perché Indianapolis è indissolubilmente legata ai motori e alla velocità.

Indianapolis è innanzitutto tradizione. Vive di tradizione. Non potrebbe essere Indianapolis senza il Brickyard, l’ultima yarda di mattoni rimasta dalla pavimentazione originale, senza il tradizionale pilone che segna le posizioni in gara giro per giro, senza la Pagoda, senza la Gasoline Alley, senza il suo lungo pre-gara, senza “The Star-Spangled Banner” (l’inno nazionale, cantato solitamente da grandi star della musica e dello spettacolo) e “Back Home Again in Indiana” (l’inno della stato dell’Indiana, cantato da quasi 40 anni ininterrotti da Jim Nabors), senza la più famosa frase nel mondo dei motori, “Ladies and Gentlemen Start Your Engines” (ovviamente “Ladies” viene pronunciato solo se in presenza di rappresentanti del gentil sesso al via della corsa), pronunciata dal più anziano discendente del proprietario Toni Hulman ancora in vita (attualmente è la figlia Mari Hulman George), senza l’invocazione del prete che invita a pregare per tutti i piloti, quelli presenti al via e quelli che la sera potrebbero non esserci più, senza il Borg Warner Trophy, il tradizionale trofeo in cui sono impressi i volti di tutti i vincitori della 500 Miglia, senza il tradizionale bricco di latte che viene servito al vincitore appena sceso dalla vettura (tradizione introdotta nel 1936 dal vincitore Louis Meyer).

Le tradizioni sono così importanti per l’appassionato di Indianapolis che quando nel 1993 Emerson Fittipaldi, dopo la sua seconda vittoria nella 500 Miglia, rifiutò il latte per farsi servire il succo di frutta prodotto nelle sue terre, fu costretto pochi giorni dopo a scusarsi pubblicamente in televisione a causa delle accese proteste dei fan.

Ma perché Indianapolis è così importante, perché ha questo fascino, perché questa difficoltà? Ovviamente non esiste un unico motivo. Innanzitutto, si può spiegare nella particolarità delle sue curve, solo all’apparenza tutte simili, il che rende particolarmente difficile raggiungere un assetto ottimale.
Inoltre, la geografia dell’Indiana è molto particolare, e si presta facilmente ai cambi di tempo repentini. Se, come tutti sanno, su di un ovale è impossibile correre con la pioggia, il vento, la temperatura, la pressione dell’aria svolgono un ruolo determinante.

Ed è per questo che è fondamentale conoscere al meglio la propria vettura e come si comporta, ed è per questo che le prove sono lunghissime (durano due settimane), proprio per dare il tempo a piloti e team di provare il più possibile e per far sì che possano conoscere al meglio il proprio mezzo ed accumulare tutti i dati possibili e che il giorno della gara potrebbero tornare utili.

In realtà quest’anno si è deciso di comprimere il programma delle prove, l fine di ridurre i costi e attrarre nuovi concorrenti, e così dalle tradizionali due settimane di prove e quattro giorni di qualifiche si è passati a 7 giorni di prove e due di qualifiche. In pratica ci sarà una perdita di due giorni di qualifiche ma l’aggiunta di una giornata di prove libere rispetto al 2009, con una perdita di solo un giorno di attività in pista. Inoltre per il Pole Day, sarà introdotto una sorta di ‘Fast Nine’ in cui i primi nove piloti delle qualifiche potranno lottare per la pole position, mentre verranno assegnati punti a tutti i piloti qualificati (oltre quelli normalmente attribuiti in gara).

Per fare bene ad Indianapolis è quindi determinante avere tra le mani una vettura che sia il più veloce possibile, nel massimo del confort possibile consumando il meno possibile. Durante il mese di Maggio si lavora per giorni e giorni sull’assetto, anche per limare il singolo centesimo di secondo e la singola goccia di carburante. Ad esempio, Tante 500 Miglia si sono decise per il consumo al limite: per ricordarne due, quella del 1999, con Robby Gordon costretto a rientrare ai box a due giri dalla fine per essere rimasto a secco, o quella del 2002, con Castroneves che vinse di un soffio grazie ad un incredibile ultimo stint, reso possibile proprio grazie al grande lavoro sull’assetto e i consumi svolto per l’intero mese.

Ma già la sua distanza, 500 Miglia, crea difficoltà. Uno che nonostante l’avrebbe potuta vincere svariate volte è sempre rimasto a bocca asciutta, Michael Andretti, ben illustra questo particolare. “La mia difficoltà nell’approccio ad Indy”, afferma il figlio del grande Mario, “è che Indianapolis è la più corta delle gare endurance e la più lunga delle gare sprint”.

Se tutti sanno che chi vuole vincere deve essere capace di dare tutto nelle ultime 100 miglia, diverso è il discorso su come correre le precedenti 400 miglia. Ci sono piloti che hanno dominato le prime 400 miglia, e che sono puntualmente spariti nelle 100 miglia finali. Ci sono piloti che per 3/4 di gara non si vedevano, e poi al momento decisivo li ritrovavi sempre là, al vertice.

Rick Mears (recordman di vittorie insieme a AJ Foyt e Al Unser sr) ne ha vinte 4 così, correndo da marpione per gran parte della gara per poi dare la zampata giusta nel finale. E tanto per sottolinearne la grande intelligenza tattica, Mears è anche il recordman di pole position, ben 6.

Ovviamente, Indianapolis è stata teatro di gare spettacolari, arrivi mozzafiato e gare memorabili.  Nel 1965, quando Jim Clark si impose , il primo europeo a riuscirci nel dopoguerra, il primo a farlo con una vettura a motore posteriore. Quella dell’anno dopo, con il primo rookie (a parte gli anni”ruggenti” delle prime edizioni) a vincere, ovvero Sir Graham Hill (impresa poi riuscita in futuro solo a Juan Pablo Montoya nel 2000 ed Helio Castroneves nel 2001). Quella del 1977, con la prima donna al via, Janet Guthrie, e con il primo pilota a vincerla 4 volte, AJ Foyt. Quella del 1992, con il più ravvicinato arrivo della storia di Indy, appena 4 centesimi di secondo a dividere il primo, Al Unser jr (che correva per un piccolo costruttore, la Galmer, che sfidava i giganti Lola, Penske e March), dal secondo, Scott Goodyear (che non si era neanche riuscito a qualificare e che partiva ultimo sostituendo un altro pilota). Quella del 1996, l’anno della scissione CART-IRL e del record sul giro (Arie Luyendyk a quasi 385 kmh). Quella del 2005, con la prima donna a percorrere dei giri in testa, Danica Patrick.  Quella del 2006, con l’incredibile volata tra Sam Hornish e il rookie Marco Andretti. Ma probabilmente ogni edizione è stata per qualche ragione mitica, e sarebbe più giusto ricordarle tutte, una ad una.

Purtroppo, Indianapolis è stata teatro anche di grandi drammi: 40 piloti vi hanno perso la vita, tra test privati, prove e gara. L’ultimo, nel 2003, il povero Tony Renna, appena ingaggiato da Chip Ganassi, durante una sessione di prove private in inverno.

Altri ci sono andati vicini, come Nelson Piquet, che nel 1992 fu protagonista durante le prove di un tremendo incidente in cui si ruppe entrambe le gambe e di cui porta tuttora le cicatrici. Alcuni incidenti hanno aperto gli occhi su alcune problematiche importantissime: nel 1964 il drammatico incendio in cui morirono Eddie Sachs e Dave McDonald portò all’introduzione dei pit stop per evitare che le macchine partissero sovraccariche di carburante. Nel 1996, l’incidente mortale di Scott Brayton fece capire forse che si era raggiunto il limite, e che certe velocità sono impraticabili.

Per questo, Indianapolis è stata terra di grandi innovazioni per quello che riguarda la sicurezza. Dagli specchietti retrovisori degli “anni d’oro” fino all’attuale sistema di barriere SAFER che ha drasticamente ridotto gli infortuni dopo un impatto contro il muretto, ad Indianapolis si è messa sempre al primo posto l’incolumità dei piloti.

Ma Indianapolis non è solo la corsa in sé, l’attività in pista. E’ anche coinvolgere i fan, farli sentire parte dell’evento stesso. La settimana precedente la corsa sono così programmati i tradizionali appuntamenti di contorno per il pubblico. Il Festival Community Day, il mercoledì, il giorno dedicato alle famiglie, alle scuole, agli appassionati, con il circuito aperto per chiunque voglia fare un giro, le vetture storiche esposte, le scolaresche che vengono invitate e vengono intrattenute con giochi e informazioni su Indy, e soprattutto con la sessione di autografi pubblica (per chi magari non ha potuto strapparne alcuni durante i giorni di prove libere, in cui i piloti si fermano tranquillamente a firmare e scattare fotografie anche durante le prove) a cui partecipano tutti i piloti. Il Carburation Day, il venerdì, con l’ultimissima sessione di prove per la 500 Miglia, la gara Indy Lights, la tradizionale gara di pit stop e il concerto di una rock band famosa (in questi ultimi anni si sono esibiti artisti del calibro dei Black Crowes, Kid Rock e Stone Temple Pilots). La parata del sabato per le vie cittadine, con i piloti che sfilano schierati nell’ordine di partenza insieme a tutti gli esponenti della corsa, il proprietario, le celebrità invitate, tutto il contorno di majorettes, band musicali e intrattenimenti vari, oltre che il Borg Warner Trophy.

E per chiudere, domenica 30 Maggio, 33 piloti daranno vita ancora una volta a quello che semplicemente è “The Greatest Spectacle in Racing”.

La 500 Miglia di Indianapolisultima modifica: 2010-05-12T10:21:00+02:00da straygor
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