Buoni e cattivi della IndyCar 2010

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BUONI

Dario Franchitti: chi vince il campionato e la 500 Miglia di Indianapolis non può che essere promosso. Per il pilota scozzese si tratta del terzo titolo, sostanzialmente consecutivo visto che nel 2008 non c’era (era in NASCAR). La vittoria alla 500 Miglia di Indianapolis è stata una delle più nette nei quasi cento anni di storia di Indy, anche se arrivata con la suspense finale dei consumi. Franchitti sembra essere afflitto da una strana sindrome: più diventa vecchio più diventa forte. A 37 anni è più forte di quanto non fosse a 27. Probabilmente è uno di quei casi particolari di sportivo che ha una parabola agonistica più ampia di quanTo ci si aspetterebbe. A questo punto potrebbe restare al top per almeno altri 4/5 anni.

Ryan Hunter-Reay: prima stagione in un team di alto livello. Ha riportato l’Andretti Autosport al successo dopo quasi due anni appena alla quarta gara (e poteva vincere già alla prima se non si fosse messo in mezzo un sorpasso di Power nei giri finali). L’impressione è che se l’Andretti Autosport fosse il team che era tre o quattro anni fa Hunter-Reay lotterebbe per il titolo.

Justin Wilson: a parte Power, il 2010 ha confermato che il più forte sugli stradali è lui. Come nel 2009 con il Dale Coyne Racing, anche quest’anno è arrivato in un team di medio-basso livello, il Dreyer&Reinbold Racing, e lo ha fatto lottare costantemente per la vittoria sui circuiti permanenti e cittadini. I miglioramenti fatti registrare nel finale di campionato sugli ovali fanno sorgere il dubbio che se fosse in un top team anche lui lotterebbe per il titolo.

Alex Tagliani: quando a metà 2009 aveva annunciato la formazione del suo team, c’era molta ironia sulle sue reali possibilità. Il pilota canadese ha smentito tutti sin dalla prima gara, partendo in prima fila. Poteva vincere alcune gare (San Paolo, Mid Ohio) ma soprattutto ha mostrato una costanza di prestazioni sia sugli stradali che sugli ovali. In attesa di conferme nel 2011, dove probabilmente verrà affiancato da un compagno di squadra.

Randy Bernard: il nuovo CEO della IndyCar in nemmeno un anno ha compiuto un lavoro straordinario. Quando è arrivato, quest’inverno, c’era il timore di vedere non più di venti auto a gara. Ce ne sono state 25/26 ad ogni evento con picchi di 29 (esclusa Indy coi suoi 33 ovviamente). Gli ascolti tv sono saliti, così come l’afflusso di sponsor. Dove è stato possibile, ovvero al di fuori dei circuiti della ISC, anche il pubblico in pista è aumentato. Per il 2012 arriveranno altri due motoristi. L’ex capo del Professional Bull Riders (la più importante società organizzatrice di rodei) ha portato una ventata di aria nuova e sembra sulla via giusta per il rilancio della categoria.

COSì COSì

Will Power: alla prima stagione completa in un top team, l’australiano è arrivato subito a giocarsi il titolo all’ultima gara. Spaventoso il suo rendimento sugli stradali. Ma proprio la grande differenza tra il rendimento sugli stradali e quello sugli ovali lascia qualche dubbio. Tra errori, difficoltà e sfortuna, Power sugli ovali non è mai stato competitivo. Solo a Motegi è finito sul podio. Avesse avuto un rendimento anche solo da top 5, avrebbe vinto il titolo in anticipo. Il 2011 dovrà chiarire questo dubbio.

Marco Andretti: stagione di alti e bassi. Poteva vincere alcune gare (Barber, Chicagoland) ed ha chiuso al terzo posto la 500 Miglia di Indianapolis (il terzo podio in cinque edizioni disputate). In generale è sembrato correre con più testa. Adesso devo diventare più continuo, anche perché il prossimo anno sarà il pilota con la più lunga militanza nel team di papà.

Graham Rahal: la scelta di rifiutare un contratto per tutta la stagione con il Dale Coyne Racing lo ha costretto a correre part time con quattro team diversi. Alla fine 8 arrivi nella top 10 in 12 gare non sono neanche male, però forse il lavoro di un anno intero con un team piccolo ma esperto come quello di Dale Coyne gli sarebbe servito. Nel 2011 correrà su una terza vettura di Ganassi, e sarà un po’ l’anno della verità.

Bertrand Baguette: arrivato a campionato in corso, il belga ha faticato nelle prime gare, ma dopo una buona qualifica ad Indy le sue prestazioni sono migliorate. Sugli ultimi stradali della stagione (Mid Ohio, Infineon) e soprattutto su alcuni ovali (Chicagoland, Kentucky), dove era alla prima esperienza assoluta, ha mostrato dei progressi e si è affacciato nella top 10. Se troverà posto, sarà un pilota da tenere sotto osservazione nel 2011.

CATTIVI

Ryan Briscoe: l’australiano è uscito demolito dal confronto con il connazionale Power sin dalla prima gara a San Paolo, quando è finito a muro mentre era in testa. Il resto della stagione è stato un continuo di errori e prestazioni sottotono, se si esclude l’unica vittoria in Texas. Fa impressione pensare che un pilota Penske abbia ottenuto solo tre podii. Urge riscatto nel 2011.

Danica Patrick: difficile giudicare una stagione in cui si è divisa tra la NASCAR Nationwide Series e la IndyCar. A parte un paio di gare, in IndyCar è apparsa svogliata (e neanche in NASCAR ha particolarmente brillato). Continua a correre bene ad Indy, dove con una macchina da bassa classifica ha sfiorato il podio, anche se con un po’ di fortuna. Il 2011 dovrà chiarire cosa vuole fare da grande.

Raphael Matos: dopo un positivo 2009 era atteso da un anno di conferma. Invece il 2010 è stato un anno deludente. Dopo esser partito bene (quarto alla prima gara), ha disputato anche quest’anno un’ottima 500 Miglia di Indianapolis, dove era risalito fino al terzo posto. L’errore che lo ha spedito a muro è sembrato condizionarlo per tutta la stagione, dove semplicemente è stato poco competitivo (se si eccettua Watkins Glen). Il possibile arrivo di un compagno esperto come Kanaan non può che aiutarlo.

Takuma Sato: forse è ingeneroso bocciare un rookie, ma Sato è finito troppe volte a muro. Ha anche mostrato una buona velocità e un buon adattamento agli ovali, ma le volte che ha buttato al vento degli ottimi risultati sono state troppe. Nella stagione disastrosa del KV Racing lui è stato l’artefice principale.

Menzioni d’onore

In positivo: Simona de Silvestro (in testa alla prima gara in assoluto), Alex Lloyd (il miglior rookie dell’anno), Ed Carpenter (poche gare su ovale, una pole e tanta competitività).

In negativo: Mario Moraes (troppi incidenti, un passo indietro rispetto al 2009), Milka Duno (in una categoria di questo livello non è ammissibile che ci sia chi giri 8/9/10 secondi più piano del resto del gruppo).

Buoni e cattivi della IndyCar 2010ultima modifica: 2010-11-29T13:08:58+01:00da straygor
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