L’utopia della sicurezza

sport, motori, IZOD IndyCar Series, Las Vegas

La tragedia di domenica a Las Vegas ha ovviamente scatenato una ridda di discussioni, dibattiti e polemiche. Nel 2011 vedere ancora un pilota morire è uno shock, non solo per il fatto in sé, ma perché in quasi tutti si è instillata la convinzione di aver raggiunto una sorta di invulnerabilità. E’ il primo errore che si fa in casi del genere. Personalmente penso sia vero che l’automobilismo sia pericoloso, e solo un illuso può pensare che un giorno si potrà avere mai il 100% della sicurezza che non accada mai nulla di tragico. La fatalità, il caso, il destino, comunque vogliate chiamarlo, è sempre dietro l’angolo. Questo non significa (anzi, proprio per questo motivo) che non si debba ragionare su quanto accaduto domenica. Ma ragionare con la testa, per bene e non per luoghi comuni. Innanzitutto, chi urla contro la pericolosità delle corse su ovale e chi mette in dubbio gli standard di sicurezza della IndyCar affibbiandole le peggiori definizioni (da “medievali” a “criminali”, si è letto di tutto) non sa di cosa parla. Basterebbe solo seguire un pò di più la categoria, e non solo leggere l’articolino di tre righe o vedere il filmato di trenta secondi quando succede una tragedia per sapere che i parametri di sicurezza di macchine e circuiti sono all’avanguardia e perfettamente in linea (se non più avanti) rispetto a qualsiasi altra categoria. Lo stesso incidente di domenica, con tutto quello che è successo, è la dimostrazione di quanto queste vetture siano sicure: 14 piloti non si sono fatti sostanzialmente nulla (o comunque niente di così grave), segno che la vettura è solida e sicura. Dan Wheldon è morto per quel crudele scherzo del destino che comunque, per quanti sforzi si facciano, non avremo mai il 100% della sicurezza che non accada nulla di tragico.

Anche in anni recenti abbiamo visto morire nei rally; allora cosa facciamo, aboliamo i rally? Abbiamo visto morire nei dragster (aboliamo i dragster?), morire coi prototipi (aboliamo i prototipi?), morire con le vetture turismo (aboliamo le vetture turismo?) o con le formula (aboliamo anche queste?). Ma, forse qualcuno lo dimentica, non molto tempo fa si è morto pure in Formula 1, anche se non è stato un pilota ma un commissario. Cosa facciamo allora, aboliamo tutto? Ovviamente no.

Questo non significa che non si debba ogni giorno pensare, ragionare, proporre qualsiasi possibile soluzione per avvicinarsi il più possibile a quell’utopico 100% di sicurezza. Per questo ritengo comunque giusto ragionare se specificamente l’ovale di Las Vegas è adatto alla IndyCar o piuttosto non è un ovale da usare esclusivamente per la NASCAR, oppure ragionare sulle reti o sul numero di macchine che c’erano in pista. Purtroppo è facile parlare a posteriori, è vero, ma…bisogna comunque parlarne. Ma qualsiasi discussione non può che partire da una presa di coscienza che può apparire scontata ma che molto spesso viene dimenticata, ovvero che l’automobilismo è uno sport pericoloso, e sul fatto che il 100% della sicurezza non si potrà avere mai. Bisogna anche avere l’intelligenza e la maturità di comprendere che anche se questa ricerca è utopica, questo non significa rassegnarsi. Se è inaccettabile marchiare aprioristicamente questa o quella categoria di insicurezza e irresponsabilità appena si presenta una tragedia, è ugualmente inaccettabile il discorso “lascia che sia”. Non poter mai raggiungere il 100% della sicurezza non significa lasciare che le cose vadano per il loro corso, ma lottare ogni giorno per raggiungere un obiettivo, anche se il più difficile e complicato che sia. Devono rendersene conto tutti, e soprattutto tenerlo presente sempre e non solo oggi, a caldo dopo un disastro come la perdita di una vita umana.

L’utopia della sicurezzaultima modifica: 2011-10-18T14:03:00+02:00da straygor
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2 pensieri su “L’utopia della sicurezza

  1. Assurdi gli articoli sui quotidiani. Io non ho letto un articolo decente su carta stampata, sul corriere c’è scritto che è andato in America perché tra i due piloti inglesi con il ‘ciuffetto biondo, quello di talento era Button’. Senza parole.
    M.M.

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