IndyCar – Il titolo della maturità

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Erano sei anni che gli appassionati americani aspettavano che un loro connazionale vincesse il titolo della IZOD IndyCar Series, riportando il titolo in patria dopo che mancava dai tempi di Sam Hornish jr. Ryan Hunter-Reay è riuscito nell’obiettivo, a coronamento di una carriera che ha visto momenti difficili, e che di conseguenza ben si presta ad una storia di rivincita personale da cui gli americani sono tradizionalmente attratti. Dopo aver vinto il titolo 2002 della Toyota Atlantic e due gare tra il 2003 e il 2005 in Champ Car, il pilota nato in Texas e poi trasferitosi in California arrivò in IndyCar a metà del 2007 per sostituire il deludente Jeff Simmons al Rahal Letterman Racing. Specialista dei circuiti stradali, ottenne una vittoria nel 2008 a Watkins Glen, ma il team a fine anno chiuse il programma IndyCar, lasciando Hunter-Reay a piedi. Senza un sedile fino ad un paio di giorni prima dell’inizio della stagione 2009, riuscì ad accordarsi in extremis con il Vision Racing ed ha ottenere pochi giorni dopo il secondo posto a St.Petersburg, dimostrando tutte le sue qualità. Dopo una 500 Miglia di Indianapolis sofferta, con una qualificazione ottenuta negli ultimi minuti, Hunter-Reay passa al team di AJ Foyt, orfano dell’infortunato Vitor Meira. Ma il team è quello che è, e il campionato si chiude con poche soddisfazioni. Di nuovo a piedi, anche in questa occasione riesce a trovare un accordo in extremis con  l’Andretti Autosport a pochi giorni dall’inizio della stagione. Dopo un paio di gare, Hunter-Reay riporta alla vittoria il team, a Long Beach, dopo quasi due anni senza vittorie. Grazie alla sua velocità e ad i suoi progressi sugli ovali, Michael Andretti lo conferma anche per i seguenti due anni, elevando al rango di team leader dopo il divorzio da Tony Kanaan. Il cambiamento di regolamenti arrivato quest’anno, con l’arrivo dei nuovi motori e delle nuove vetture, segna la definitiva esplosione di Hunter-Reay, che vince quattro gare e si presenta all’ultima gara in lotta con Will Power per la vittoria del titolo, seppur staccato di 17 punti. La gara californiana è un capolavoro tattico di Hunter-Reay e del team. Con una vettura che probabilmente non gli permetterebbe più di un arrivo a centro gruppo, il pilota americano parte dalla 22° posizione in griglia, e comincia a recuperare posizioni piano piano, senza buttarsi pancia a terra alla ricerca di una rimonta immediata e rischiosa. Giro dopo giro, pit dopo pit, Hunter-Reay recupera una posizione alla volta, fino a gestire gli incredibili ultimi 20 giri, tra piloti scatenati alla ricerca di un piazzamento che chiuda in bellezza la stagione, doppiati senza alcun interesse che non buttarsi nella mischia, e avversari sgombri di pensieri e senza alcuna pressione. E forse il segreto del titolo è proprio qui, nella capacità di Hunter-Reay di gestire la pressione e di pensare sempre positivo, al contrario di Power che per il terzo anno consecutivo ha perso il titolo all’ultima gara, e per la seconda volta (dopo Homestead 2010) per un suo errore. “Io mi ritengo, rispetto a Power, decisamente più positivo“, raccontava Hunter-Reay durante quest’ultimo fine settimana. “Sono sempre convinto che se lavoro abbastanza posso vincere a qualsiasi livello. Questa non è una cosa arrogante da dire. E’ solo che credo che se mi metto al lavoro e mi concentro abbastanza posso ottenere quello che voglio. Ovviamente, è necessario che la macchina sia a posto, è necessario il giusto set-up, ma tutto ciò è il risultato del lavoro che si compie.” Il titolo 2012 è così il coronamento di un duro lavoro, e di una crescita delle capacità di un pilota nato come specialista degli stradali e che alla fine ha fatto la differenza sugli ovali, anche in questo caso a differenza di Power, sempre in difficoltà e mai realmente a suo agio su questo genere di tracciati. “Non riesco ad esprimere a parole il sentimento che provo“, ha detto Hunter-Reay a fine gara. “Quanto difficilmente ho dovuto lottare. Come abbiamo dovuto lottare stasera. Come abbiamo dovuto lottare a Baltimore.  Devo ringraziare l’Andretti Autosport, DHL, Sun Drop, Circle K, tutte le persone che sono state dietro di me. Questo è un sogno che si avvera. Aver fatto questo contro gli uomini di Ganassi e Penske, contro il talento di piloti come Dario e Will, contro i migliori al mondo, è semplicemente fantastico. Non ho parole per descriverlo. Questo è quello che ho sempre voluto da quando avevo 6 anni. E’ importante per me essere il primo americano a vincere il titolo IndyCar dal 2006. Sono molto orgoglioso del mio paese. Lo sono sempre stato. Ho sempre guardato ai piloti americani, sin da quando ho iniziato con i go-kart. Ora che sono qui dall’altra parte, e vedo quei ragazzi che stanno cercando di diventare piloti e arrivare fino a noi, capisco quanto sia davvero emozionante essere parte di tutto questo.

IndyCar – Il titolo della maturitàultima modifica: 2012-09-16T12:11:00+02:00da straygor
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