IndyCar – Hunter-Reay, orgoglio americano

05-25-RHR-Drinks-The-Milk-Std

Ci sono giorni in cui tutto sembra riuscirti alla perfezione, in cui tutto sembra lavorare a tuo favore. E ci sono giorni in cui sembra che una maledizione ti insegua per frustrare le tue ambizioni. Ma solo alla 500 Miglia di Indianapolis queste cose possono avvenire nello stesso momento. Per Ryan Hunter-Reay gli ultimi 6 giri di questa edizioni devono essere stati un alternarsi di deja-vù e speranza. L’anno scorso, all’ultimo restart, era in testa come quest’anno, ma per come erano messe le cose era un ‘sitting duck’ come dicono gli americani, una vittima predestinata. Tony Kanaan e  Carlos Munoz lo infilarono senza pietà, e l’incidente di Dario Franchitti gli impedì di poter replicare. Quest’anno la situazione sembrava la stessa, dopo la bandiera rossa e il restart a 6 giri dalla fine. In tanti avranno ripensato al 2013, ma la 500 Miglia di Indianapolis può essere tremenda ma allo stesso tempo generosa, e sa premiare chi lo merita. Ed oggi, Hunter-Reay  lo meritava. “E’ un sogno che si avvera“, ha detto Hunter-Reay in Victory Lane. “Questa gara fa parte della Storia Americana. E’ dove nascono i campioni, dove si fa la Storia. Spero che i tifosi abbiano apprezzato quello che è successo. Sono un orgoglioso ragazzo americano, questo è sicuro. Ho seguito questa gara sin da quando ero un bambino e sedevo sul pavimento davanti alla TV. Questa è la Storia Americana, questa gara fa parte della tradizione americana.

Il finale è stato incredibile, con Hunter-Reay ed Helio Castroneves a giocarsi ruota a ruota la vittoria. Per il brasiliano sarebbe stata la quarta vittoria, eguagliando così il record di vittorie di AJ Foyt, Al Unser e Rick Mears. I due piloti si sono superati più volte negli ultimi 6 giri, addirittura quattro volte negli ultimi quattro giri, ed alla fine Hunter-Reay è riuscito a prevalere per appena 6 centesimi di secondo, il secondo arrivo più ravvicinato nella storia della 500 Miglia di Indianapolis dopo quello del 1992 tra Al Unser Jr e Scott Goodyear. “All’ultimo giro ero preoccupato che Helio fosse in grado di prendere la scia e passarmi, proprio come fece Hornish con Marco (Andretti) nel 2006“, ha spiegato Hunter-Reay. “Ho pensato a questo quando stavamo arrivando al rettilineo finale. Dovevo essere aggressivo. Ho scelto di uscire basso dalla curva 4, in modo che Helio non potesse prendere bene la scia. Penso che quello ha fatto la differenza. Se fossi rimasto alto, avrebbe avuto ragione della mia scia e probabilmente m avrebbe passato. Come previsto, questa gara è stata davvero ravvicinata. Sono davvero contento di aver scelto la mossa giusta da fare.”

Come successo per il titolo IndyCar 2006, anche in questo caso Hunter-Reay è diventato il primo americano a vincere dai tempi di Sam Hornish Jr. E pensare che Hunter-Reay cinque anni fa era sostanzialmente a piedi. Senza un sedile fino ad un paio di giorni prima dell’inizio della stagione 2009, riuscì ad accordarsi in extremis con il Vision Racing. Le sue grandi capacità furono dimostrare subito, col secondo posto a St.Petersburg un paio di giorni dopo. Ma dopo aver passato il resto della stagione al team di AJ Foyt al posto dell’infortunato Vitor Meira, a fine anno era punto e a capo, senza un volante. È lì però che cambia la sua carriera e la sua vita. Michael Andretti è in difficoltà con la sua squadra, che non vince da quasi due anni, e decide di correre il rischio ed affidargli una vettura. La mossa si rivela azzeccata, visto che alla quarta gara della stagione, a Long Beach, Hunter-Reay riporta il team al successo. È la svolta della sua carriera. A fine anno, il team divorzia dal suo leader storico, Tony Kanaan, ed Hunter-Reay diventa virtualmente il leader del team, che cresce, torna ad essere una potenza del campionato IndyCar, e che lo stesso pilota americano porta al titolo nel 2012. E poi, ieri, alla vittoria nella più grande gara al mondo. Il giusto coronamento per un pilota di talento, che si è dovuto rimboccare le maniche e lottare per trovarsi dove si trova. Una di quelle storie che piacciono agli americani, di chi si è trovato sull’orlo del precipizio (dal punto di vista professionale) ma ha avuto la forza di continuare a crederci, di lottare per il proprio sogno e di crearsi l’opportunità per realizzarlo. Una vittoria simbolo in una gara simbolo per una storia simbolo, che ha reso orgogliosi tutti, in primis il suo capo Michael Andretti. Che ieri, in uno scenario che solo nelle corse USA si può trovare, si è trovato tra due fuochi: da un lato il pilota per cui imposta la strategia, Hunter-Reay, a giocarsi la vittoria con un altro pilota, Marco, terzo al traguardo a tre decimi di distacco, che suo figlio. Ed alla fine le sue parole sono il miglior riassunto dello spessore di Hunter-Reay e dei suoi meriti.

”Ryan è una parte fondamentale della nostra squadra, un bravo ragazzo, un amico. Vederlo ottenere una vittoria qui è impressionante, se lo merita, si merita di avere la sua faccia su quel trofeo. Se non poteva essere Marco a vincere, lui era la persona che volevo vedere vincere.”

IndyCar – Hunter-Reay, orgoglio americanoultima modifica: 2014-05-26T10:47:30+02:00da straygor
Reposta per primo quest’articolo

Un pensiero su “IndyCar – Hunter-Reay, orgoglio americano

  1. Pingback: TM Motor Sport (F1, Moto GP ed altro) - Pagina 791

Lascia un commento